Droni a Guado al Melo: stiamo sperimentando nel nostro vigneto l’impiego di droni nella viticoltura di precisione. Ecco una foto della prova di ieri, altre immagini e un piccolo video sono sulla nostra pagina FB.
Il principio della viticoltura di precisione è avere una “mappatura” del vigneto, la più precisa possibile e particolareggiata, per i parametri che ci interessano (grado di vigore delle piante, maturazione degli acini,…). In questo modo, con un sistema satellitare di geolocalizzazione, è possibile intervenire nel vigneto in modo molto preciso. Ad esempio, con questo sistema non si mette concime in tutto il vigneto e nella stessa quantità, ma lo si dosa zona per zona a seconda delle esigenze (dove non serve, non si mette neppure!). Con questi metodi la viticoltura è sempre più rispettosa dell’ambiente: qualsiasi prodotto (che sia organico o di sintesi) viene comunque impiegato in dosi minime, solo quando e dove serve.
Tornando ai nostri droni, a questi si applicano dei sistemi di rilevamento (fotocamera ad infrarossi oppure un puntatore laser..) capaci di raccogliere i dati e creare una mappa molto dettagliata della situazione nel vigneto. Finora questi rilevamenti erano fatti con dei mezzi su ruota (ad esempio i quod) che percorrono il vigneto con i sistemi di rilevamento e lo mappano. I dorni presentano però numerosi vantaggi, primo fra tutti la maggiore velocità e facilità di tutta l’operazione, pur mantenendo una grande precisione.
E’ una strada molto interessante per rendere l’agricoltura (viticoltura nel nostro caso) sempre più sostenibile e noi riteniamo molto importante sia adottare questi metodi nei nostri vigneti ma anche di contribuire alle sperimentazioni e al continuo miglioramento degli stessi.

 

In primavera a Guado al Melo, a verifica del lavoro che facciamo in campagna, si misurerà la biodiversità del terzo paesaggio.

DI cosa si tratta?  Ora cerco di spiegarlo.

Per noi è importante lavorare perché il nostro vino, oltre che essere buono e di territorio, sia anche sostenibile.  Su questo lavoriamo da sempre e recentemente ci siamo anche certificati: i nostri metodi di lavoro sono stati verificati e rigirati, i vini analizzati per escludere la presenza di residui.

Fin qui siamo arrivati, come tanti altri, ma manca però ancora un passo importante: se dico di lavorare in modo sostenibile come posso dimostrare in modo oggettivo e misurabile gli effetti sull’ambiente?

 

la biodiversità

La biodiversità può essere appunto un indice importante per queste verifiche, ma non è il solo. Questo lavoro rientra in un progetto più vasto e articolato, coordinato dal “Forum per la sostenibilità ambientale del vino”, un progetto nato lo scorso anno per unificare le diverse esperienze di sostenibilità.

Infatti, il concetto di sostenibilità ora è abbastanza diffuso nel mondo del vino ma è anche un grande guazzabuglio: c’è chi si affida alla scienza e alla tecnica e chi a filosofie più o meno strane, c’è chi va da solo e chi ha creato gruppi o associazioni (vedi noi col Magis), c’è chi calcola l’impronta carbonica e chi le fasi lunari, ecc… E’ possibile che non si riesca a dare una risposta univoca e trasparente visto che si lavora per lo stesso fine?

Questi dubbi e queste domande non sono solo nostre e una bella fetta del mondo del vino sostenibile ha deciso di lavorare insieme facendo nascere il Forum: ci rientrano diversi centri italiani di ricerca agraria e un bel numero di aziende che avevano intrapreso diverse vie di sostenibilità. Tuttavia è aperto a tutti: includere sempre più aziende è proprio uno degli scopi primari del progetto.

 

Il Forum è nato con due scopi principali:

1. Uno operativo, per mettere insieme tutte le diverse esperienze ed individuare dei parametri che permettano di valutare in modo misurabile e trasparente la sostenibilità di un’azienda, parametri che siano oggettivi, adeguati agli standard internazionali e valutabili da enti terzi per le certificazioni.

2. Il secondo scopo è legato alla comunicazione: riuscire a comunicare la sostenibilità del vino in modo chiaro e trasparente, con un’unica voce, con le istituzioni, i consumatori di vino, ecc…

 

Il Forum è nato lo scorso anno ed ha già iniziato a lavorare.  Il primo passo è stato quello di individuare dei macro-indicatori sulla sostenibilità condivisi da tutti e questi sono: l’emissione di gas serra, la biodiversità, il ciclo dell’acqua.  Il passo successivo, tuttora in corso, è quello creare i parametri di misura per questi indicatori ed i relativi protocolli.

Tornando a noi, Michele è stato venerdì scorso all’ultima delle riunioni del Forum dove si è parlato dei prossimi passi da compiere. Guado al Melo sarà quindi una delle prime aziende sperimentali i cui vigneti saranno utilizzati (da questa primavera) per mettere a punto il protocollo sulla biodiversità del terzo paesaggio.

La biodiversità si misura valutando il numero di specie di piante e animali presenti in una certa area.  Questo parametro viene valutato in zone non coltivate strettamente adiacenti ai vigneti (il cosiddetto Terzo Paesaggio).  Se i lavori nel vigneto sono stati gestiti in modo non impattante sull’ambiente, il terzo paesaggio mostrerà indici di biodiversità abbastanza vicini a quelli naturali: l’importante per la nostra ricerca sarà di riuscire a dare dei valori a queste differenze, per riuscire così a costruire scale di misura e confronto.

vigneto di Guado al Melo

Curiosità: ma perché si parla di Terzo Paesaggio?

Questo nome poetico è stato introdotto dall’agronomo-paesaggista-filosofo Gilles Clément nel suo libro “Manifesto del terzo paesaggio” (2005, ed. Quodlibet).  Il terzo paesaggio per Clément è ciò che non è ombra (gli spazi antropizzati, dove l’uomo agisce direttamente, cioè un campo coltivato o uno spazio urbano) e non è luce (le “riserve” protette dove la natura non è stata ancora sottoposta a sfruttamento).  È un residuo di paesaggio, rappresentato da tutte quelle zone marginali alle attività umane che la natura si riprende, interstizi di territorio quali un’aiuola incolta o l’erbaccia delle scarpate ferroviarie.  Il Terzo Paesaggio è un luogo di riconquista, dove si rifugiano specie vegetali “libere” e micro-fauna dagli spazi umani vicini.  Rappresenta quindi il luogo privilegiato dove misurare la biodiversità resa possibile da un’attività umana attigua.

 

Vi terremo informati.

la copertina della nuova brochure

Siccome dovevamo ristampare le brochures sulla sostenibilità del vino, ho cercato di rinnovarle per renderle più chiare. Non è facile infatti sintetizzare in un pieghevolino questi concetti che sono molto belli ma anche complessi. Nella sintesi, il rischio peggiore (che spero di aver evitato) è di banalizzarli o ricadere in vuoti slogan.

Non ho volutamente puntato l’attenzione solo sui temi di tutela ambientale, anche se ovviamente rientrano nell’argomento e ne parlo poi all’interno della brochure. La sostenibilità è un concetto più ampio e bello e sarebbe un grave errore dimenticarne gli altri aspetti o sottovalutarli.
La sostenibilità si riferisce alla possibilità di sostenere un sistema nel lungo periodo: da qui il titolo che ho messo, IL VINO SOSTENIBILE- SCELTA PER IL FUTURO.
Per questo non parliamo solo di tecniche in vigneto e in cantina ma anche di aspetti economici e sociali. Infatti l’agricoltura sostenibile ha come obiettivo non solo di coltivare in modo efficiente e produttivo, preservando e migliorando l’ambiente, ma considera anche i risvolti dell’azienda agricola nei confronti della comunità.
Il concetto generale di “agricoltura sostenibile” deve soddisfare contemporaneamente tre aspetti fondamentali:
1. Deve essere sostenibile per l’ambiente: usare quindi metodi che lo rispettano e che garantiscono la salubrità del prodotto finale e anche la sua qualità; questi metodi sono raggruppati sotto il nome di agricoltura o lotta integrata;
2. Deve essere economicamente sostenibile: quindi creare reddito e lavoro, non dipendere da aiuti pubblici per sopravvivere, sostenere la ricerca e lo sviluppo, …;
3. Deve essere socialmente sostenibile: cioè contribuire a migliorare la qualità della vita degli agricoltori, rispettare i diritti dei lavoratori impiegati, tutelare il territorio e l’ambiente, contribuire a preservare e diffondere la cultura di quel territorio e di quei prodotti (nel nostro caso la cultura del vino artigiano)….

Nella brochure ho raggruppato gli aspetti riferiti al primo punto, ovviamente, sotto il titolo AMBIENTE. Invece gli aspetti riferiti alla sostenibilità economica e sociale li ho rimescolati, suddividendoli invece sotto i due titoli LAVORO e CULTURA (che mi sono sembrati più semplici e di immediata comprensione).

Chi cerca cose strane e particolarmente fantasiose non sarà sicuramente soddisfatto: non facciamo “numeri da circo”, niente di sensazionale, ma parliamo di lavoro in campagna e in cantina, di cultura e solidarietà. In fondo è il solito vecchio e buon concetto di vignaiolo e di vino artigiano. Tuttavia questo non significa guardare solo al passato o creare miti nostalgici inesistenti. Il ruolo di vignaiolo resta saldo nei suoi valori ma oggi viene vissuto in modo completamente nuovo rispetto ai nostri nonni.
Il vignaiolo moderno ha una nuova consapevolezza delle scelte che fa e del suo modo di lavorare: l’ignoranza non è più una scusante e il rapporto con il mondo della ricerca ( in continua evoluzione) è ormai imprescindibile. In questa impostazione non può mancare una certa tensione etica nei rapporti con i propri clienti (e con se stessi): “faccio quel dico e dico quello che faccio” potrebbe essere il motto. Naturalmente questo non significa non proteggere la proprietà intellettuale ma viceversa non perdere la propria coscienza nelle spirali di un marketing troppo aggressivo. Anche per questo è necessario possedere la cultura del vino artigiano, diffonderla il più possibile e contribuire ad educare il consumatore, così che certe esasperazioni comunicazionali non stravolgano l’immagine del vino e, soprattutto, non portino i consumatori a cercare la “meraviglia”; il sensazionale a tutti i costi, a discapito dei veri valori di questo prodotto.

i raspi dopo la vendemmia, nel compostaggio

La viticoltura in questi ultimi anni ha fatto passi da gigante nella ricerca di metodi sempre meno dannosi all’ambiente ma efficaci nella difesa fitosanitaria e la salubrità del prodotto finale, senza rinunciare nello stesso tempo all’aspetto qualitativo.  Ormai molte aziende, soprattutto artigiane, seguono i principi dell’agricoltura integrataEppure ogni giorno ci accorgiamo di quanto essa sia quasi sconosciuta alla stragrande maggioranza dei consumatori.  La comunicazione evidentemente è carente e, quando affronta questi temi, tende a spostarsi prevalentemente su posizioni estremiste, di indubbio maggior impatto emozionale.

 

Una  piccola parentesi storica del problema, da saltare se si vuole e passare direttamente ai concetti-chiave dell’agricoltura integrata.  [Le viti sono soggette a problemi seri, cioè malattie che colpiscono le piante e possono compromettere anche in modo grave la qualità e la quantità dell’uva prodotta, se non addirittura mettere in pericolo la vite stessa.  Soprattutto nel passato, questi problemi potevano anche condannare i contadini alla rovina.  L’ esempio più eclatante fu la distruzione di buona parte dei vigneti europei ad opera della Fillossera nella seconda metà dell’Ottocento: sconvolse il mondo agricolo europeo  al punto da originare un’importante flusso migratorio verso l’America (così come fu per la peronospora della patata che innescò nel 1846 la Grande Carestia in Irlanda, causando, su otto milioni di abitanti, la morte di circa un milione di persone e l’emigrazione di un milione e mezzo).  Nella seconda metà dell’Ottocento e nella prima del Novecento, l’attenzione si focalizzò essenzialmente sulla ricerca di rimedi efficaci a queste malattie.  Dagli anni ’60 circa si è iniziato però a capire che un uso sconsiderato delle pratiche agricole causava danni all’ambiente oltre che a creare problemi di salubrità dei prodotti stessi. ]

L’agricoltura (o lotta) integrata rappresenta l’aspetto tecnico-agricolo dell’agricoltura sostenibile.  Comprende metodi che devono rispettare contemporaneamente due criteri fondamentali:

1. Il reale e misurato basso impatto ambientale;

2. L’efficacia provata, così da garantire la massima qualità del prodotto finale.

 

Di base sono privilegiati metodi biologici (confusione sessuale, uso di prodotti naturali, ….), fin dove arrivano.  Purtroppo, allo stato della ricerca attuale, questi non riescono a coprire tutti i problemi della viticoltura: in alcuni casi i rimedi prettamente biologici sono poco efficaci o presentano un impatto negativo sull’ambiente (stupiti?  Eppure è un concetto abbastanza scontato che “naturale” non significa necessariamente “buono”.  E’ “naturale” anche un veleno, un metallo pesante, un virus e tanto altro).  Se migliori per efficacia e capacità di biodegradarsi nell’ambiente senza residui, sono impiegate anche sostanze di sintesi, frutto della ricerca più moderna in questa direzione.

Si chiama “integrata” proprio per questo: non ha pregiudizi, ma impiega il metodo migliore esistente al momento, purché validato da solide basi sperimentali.  Questo fa anche capire che non è una metodica statica ma viceversa in continua evoluzione: le aziende che la seguono devono essere molto dinamiche ed aggiornate, in costante dialogo col mondo della ricerca, che molto spesso supportano direttamente offrendo anche i propri vigneti per prove e ricerche in campo.

Per garantire al massimo la sostenibilità, l’agricoltura integrata ha sviluppato tecniche di viticoltura di precisione:

- gli interventi (seppur di basso impatto ambientale) non sono casuali e generalizzati ma si fanno accurati controlli e monitoraggi del vigneto così da intervenire solo quando c’è reale bisogno e solo nelle micro-zone di vigneto che hanno reale necessità;

- tutti i prodotti vengono diffusi nella minor quantità necessaria, utilizzando anche macchine che erogano il prodotto in modo molto preciso, evitando l’accidentale dispersione nelle aree circostanti.

Inoltre, pur essendo il vigneto un ambiente per forza non naturale (come tutte le coltivazioni), si cerca di garantire al meglio l’equilibrio armonico delle viti, con interventi e lavori mirati.  Infine, per preservare al meglio lo sviluppo di micro-fauna utile, migliorare la qualità del terreno e l’equilibrio idrico dello stesso, si tende a fare poche lavorazioni del suolo, lasciandolo a prato.

Questi sono concetti base, ovviamente molto in breve.  Lo so, annoiano e sono poco cool , ma è già qualcosa se già siete arrivati a leggere fino a qui. :-)

Il Manuale del Viticultore Marescalchi, 1917.

30 Agosto 2013 |  Tagged , , , | Commenti disabilitati

  Dalla nostra Biblioteca del Vino ho preso da leggere un breve e agile manualetto per il viticoltore di inizio secolo.  Fa parte della serie “Manuali Marescalchi” dedicati a varie branche dell’agricoltura, la cui edizione è iniziata nel 1882.

Questo è del 1917 e ci dà una fotografia della viticoltura di quegli anni.  Nella prefazione il Marescalchi dice che la viticoltura (“questa grandissima coltivazione che è nella storia e, diremmo, nel sangue della nostra popolazione…”) ha un’importanza primaria nell’economia italiana e ne dà i numeri: essa occupa 4 milioni e mezzo di ettari, per un capitale di almeno 6 miliardi di lire.  “Essa è vita, tormento e speranza, cagione di fortuna o di lavoro ben retribuito, per quasi 2 milioni di nostri fratelli”.

Tutti questi numeri mi hanno indotta a cercare dei confronti col presente, per poter fare delle comparazioni.  Ecco che dall’utile sito “I numeri del vino”, ho trovato che la viticoltura oggi (censimento ISTAT del 2010; http://www.inumeridelvino.it/2012/02/la-superficie-vitata-in-italia-aggiornamento-2010-censimento-istat.html) occupa una superficie di 632.000 ha: nel 1917 era quindi oltre 7 volte quella di adesso!  Gli occupati attuali del settore del vino sono circa 1,2 milioni di addetti, non molto meno di allora, ma non credo però che i due dati siano comparabili: l’impressione è che il Marescalchi parli solo di addetti alla viticoltura.  Si consideri che all’epoca era molto più normale di oggi la separazione fra viticoltura e trasformazione in vino, infatti moltissimi erano i contadini o proprietari terrieri che producevano solo uva, conferita poi alle cantine sociali o venduta a privati.  Ai nostri giorni invece i due dati sono più difficilmente separabili in quanto la maggior parte delle aziende viticole, dalle più grandi alle più piccole, sono spesso e volentieri dotate di cantina.

La parte che segue è essenzialmente tecnica: dà una descrizione botanica della pianta, dei tipi di clima e di suolo, le tecniche di viticoltura.  Alcune curiosità tuttavia sono interessanti.  Salta all’occhio, rispetto al presente, la presenza di forme di allevamento ormai scomparse, come le viti maritate agli alberi.  I lavori sono descritti nel dettaglio (è un manuale pratico!), con numeri molto precisi sulle distanze, le profondità di scavo, le ore impiegate per ogni lavoro, ecc….  Le concimazioni prevedono anche l’uso di sangue secco e corna torrefatte.  Quest’ultimo elemento mi ha fatto pensare all’inizio alla biodinamica, un pensiero subito abbandonato per via dei quantitativi.  Qui si parla di un uso di 2 q.li per ettaro, quindi una vera e propria concimazione organica.

Ovviamente un ampio capitolo è dedicato alla difesa dalla fillossera: nel 1917 è ancora “fresca” la botta devastatrice di questo parassita sulla viticoltura europea.  Vengono indicati i diversi portinnesti, salvo auspicare in un futuro l’uso di ibridi produttori diretti (un futuro che sta iniziando a concretizzarsi adesso, come raccontato nel congresso di Rauscedo che si è tenuto da noi quest’estate !).

Il capitolo sui costi di produzione introduce la nota dolorosa della guerra in atto: l’autore fa sapere che riporta i conti delle condizioni “normali”, cioè di prima dello scoppio della guerra che ha portato a un notevole innalzamento dei costi della manodopera, del rame, dello zolfo e del fil di ferro.

Un’altra nota storica si ricava dall’elenco delle regioni e dei vitigni coltivati: mancano all’appello (per noi stranamente) il Trentino, l’Alto Adige e il Friuli, zone che all’epoca non facevano parte del territorio italiano.

(Annalisa Motta)

Nuovi vitigni resistenti alle malattie

11 Luglio 2013 |  Tagged , , , | Commenti disabilitati

Domani si terrà nella nostra cantina un convegno tecnico-scientifico dal titolo:

“Nuovi vitigni resistenti alle malattie”

organizzato dai Vivai Cooperativi Rauscedo e dall’Università di Udine, nel corso del quale verranno presentati questi vitigni e saranno degustate delle micro-vinificazioni sperimentali.

 

Si sa che uno dei grandi problemi della coltivazione della vite è la sua sensibilità a numerose malattie che richiedono sistemi di difesa.  I rivolti negativi sono essenzialmente due: l’impatto sull’ambiente e l’incidenza elevata sui costi di produzione.  Da diversi anni la ricerca si è orientata sullo studio di prodotti di difesa sempre meno impattanti.  Parallelamente un altro filone è stato invece incentrato sull’ottenimento di ibridi resistenti.  Cosa significa?

La vitis vinifera, la vite europea, è sensibile a delle malattie a cui sono invece immuni le viti americane, per una questione evolutiva (alcune importanti malattie, come l’oidio e la peronospora, sono proprio originarie dell’America).  L’idea è stata quella di incrociare le due varietà cercando di ottenere degli ibridi portatori della resistenza alla malattia ma nello stesso con i caratteri qualitativi per la produzione di vino della vite europea.  Qui sta proprio la difficoltà: riuscire ad avere un ibrido di Sangiovese (per esempio) resistente alle malattie ma con le caratteristiche organolettiche delle uve (profumi, gusto, ecc…) del Sangiovese vero e proprio.

Ora, dopo 15 anni di studio, l’Università di Udine è risuscita a selezionare degli ibridi che sembrano avere caratteristiche favorevoli alla produzione.  Sono stati allestiti dei vigneti sperimentali per testarli in diversi ambienti climatici italiani (per ora Veneto, Friuli e Toscana) e studiarne l’adattamento.  I passi successivi saranno la sperimentazione in altri ambienti, l’ottenimento del brevetto europeo e internazionale e l’inserimento delle nuove varietà nel registro nazionale presso il Ministero delle Politiche agricole.

 

Altri Paesi stanno lavorando a progetti simili da oltre cento anni e alcuni hanno ottenuto varietà interessanti.  Tuttavia, le varietà già ottenute hanno tutte un ciclo corto, maturano troppo presto e sono adatte soltanto ai climi più freddi dell’Europa continentale.  Queste sono le prime varietà ibride ottenute in Italia.

Il filone di studio è sicuramente interessante e noi ci stiamo dietro.

 

PROGRAMMA DEL CONVEGNO:

Ore 9.30 – Saluti introduttivi- Pietro D’Andrea Presidente Vivai Cooperativi Rauscedo

Ore 9.40 – Il progetto Tergeo: la gestione sostenibile della filiera vitivinicola

Dott.ssa Francesca Vigo–Unione Italiana Vini

Ore 10.00 – I programmi di miglioramento genetico della vite Prof. Enrico Peterlungher – Università di Udine

Ore 10.20 – I nuovi vitigni resistenti alle malattie- Dott. Simone Castellarin–Università di Udine

Ore 10.40 – Il contributo VCR alla valutazione agronomica ed enologica dei nuovi vitigni resistenti alle malattie – Dott. Eugenio Sartori –Direttore VCR

Ore 11.00 – Il potenziale enologico dei nuovi vitigni – Prof. Attilio Scienza–Università di Milano

Ore 11.20 – Presentazione e guida alla degustazione delle microvinificazioni sperimentali – Dott. Francesco Anaclerio –VCR, Dott. Simone Castellarin –

Università di Udine.

Ore 12.30 – Buffet presso Guado al Melo

Ore 14.00 – visita al vigneto sperimentale all’azienda Casa di Terra

Questo periodo stagionale così brutto (caratterizzato da piogge frequenti, umidità e temperature più basse della media, in certe regioni proprio da “inverno”) può creare dei problemi anche seri in vigna.

Climi soggetti a frequenti piogge e alta umidità (straordinariamente anche da noi, quest’anno) favoriscono alcune malattie della vite, soprattutto funghi come la peronospora.  E’ una malattia arrivata dalle Americhe nella seconda metà dell’Ottocento.  Crea danni anche gravi a tutte le parti della pianta, facendo essiccare i grappoli, ma si può fronteggiare con un buon sistema di difesa, con metodi sostenibili.

 

Le basse temperature e le piogge troppo battenti possono anche creare problemi di impollinazione e fecondazione.  In questi casi si forma l’acino ma non i semi (o solo degli abbozzi).  L’acino senza semi non crescerà più e non riuscirà neppure a maturare, rimarrà una piccola pallina verde (“acinellatura verde”).  In alcuni casi, pur rimanendo piccolo, riuscirà comunque a maturare (“acinellatura dolce”).  Alcune bacche acinellate si possono trovare nei grappoli normali, ma se queste diventano troppe si parla di “impallinatura” dei grappoli (e non è una bella cosa !!!).

Ogni varietà fiorisce in momenti diversi, quindi ne può risentire solo quella che ha lo sfortuna di fiorire nel momento in cui si ha la botta di freddo.  L’inusuale abbassamento di temperatura di questi giorni trova in fioritura da noi il Merlot (per noi è comunque una varietà minoritaria; in ogni caso si vedrà solo più avanti se c’è stato qualche danno).  Le varietà bianche sono fiorite in precedenza, quando le temperature erano ancora in media stagionale.   La maggior parte di quelle rosse devono ancora farlo.

 

Infine, il freddo in questo periodo può anche influenzare la quantità dei grappoli dell’anno prossimo.  Infatti le gemme dormienti differenziano nella primavera precedente e, se subiscono temperature basse in questa fase, l’anno dopo tenderanno a formare più legno e meno frutto.

Ecco le due locandine che ho fatto per i prossimi eventi estivi.  Rispetto a quanto già comunicato, vedrete che c’è stato un cambio di cantante per il concerto del 1 giugno.

 

 

Iniziative estive a Guado al Melo

13 Maggio 2013 |  Tagged , , , , , | Commenti disabilitati

  Anticipo qui una serie di iniziative estive della nostra cantina.  Per informazioni o prenotazione chiamateci in ufficio (tel. 0565/763238) oppure scriveteci (info@guadoalmelo.it).

- DOMENICA 26 MAGGIO: apertura domenicale della nostra cantina, con orario 10-18.  Ingresso gratuito, visite e degustazioni.

 

- Musica in cantina: SABATO 1 GIUGNO, ore 18, la soprano Silvia Pantani eseguirà delle arie liriche.  Segue un aperitivo coi nostri vini.  ingresso gratuito

 

- Incontri col prof. Attilio Scienza: organizziamo degli incontri informali, per appassionati, che vogliono approfondire e discutere su temi importanti del presente e futuro del vino.  Segue sempre una degustazione di vini.

Ogni incontro è a numero chiuso (Minimo: 12 persone.  Massimo: 30),  su prenotazione al costo di 20€.  Per tutto il ciclo di incontri: 45€

VENERDÌ 12 LUGLIO ore 18.30 :  “Alle radici della civiltà del vino in Occidente : la viticoltura e l’enologia della Georgia”.

Il prof. Attilio Scienza illustra l’origine della viticoltura occidentale.  Segue degustazione di micro-vinificazioni di vitigni sperimentali caucasici  e del nostro Jassarte, raccontati da Michele Scienza

 

VENERDÌ 19 LUGLIO ore 18.30: “Quale vino per il futuro:  territorio o vitigno ?

Intervento del prof. Attilio Scienza su come cambia il gusto del vino, di come si è evoluto nella storia più recente, di come è condizionato dalle mode e dalle epoche, di quanto allora conti il territorio in rapporto a questa evoluzione e quanto la varietà.    Segue degustazione di blend bordolesi di diversi territori del mondo.

 

VENERDÌ 2 AGOSTO ore 18.30: “La sostenibilità ambientale in viticoltura .  Esperienze a confronto

Intervento del prof. Attilio Scienza sulla sostenibilità viticola: il punto della situazione e possibili sviluppi futuri.

  • Sostenibilità e tradizione: l’esperienza di Guado al Melo raccontata da Michele Scienza
  • Il vino “carbon free”:  l’esperienza dell’azienda Il Sacheto di Montepulciano

Segue degustazione dei vini di rossi di Guado al Melo e Il Salcheto

 

 

- VENERDÌ 23 AGOSTO ore 18.30: presentazione del libro di Giovanni Negri “ Prendete e mangiatene tutti”, con la presenza dell’autore.

  • Giovanni Negri presenta il libro
  • Dialogo con il prof. Attilio Scienza sui rapporti tra cambio climatico e viticoltura nel passato ma, soprattutto, nel nostro presente e immediato futuro.
  • Segue aperitivo con i vini di Guado al Melo

ingresso gratuito su prenotazione

 

Atis, re del vino.

19 Febbraio 2013 |  Tagged , , , | Commenti disabilitati

Dico subito che non è un nuovo vino.  E’ il nuovo nome del nostro Bolgheri Superiore.

Inizialmente, con l’idea di identificare il nostro miglior vino con il nome dell’azienda, lo avevamo chiamato semplicemente Guado al Melo Bolgheri Superiore.  Tuttavia dobbiamo ammettere che la cosa non è stata recepita (o semplicemente non è stata una buona pensata), per cui molti estimatori del vino si sentivano un po’ disorientati, lo chiamavano solo “il Superiore”, chiedendoci qualcosa in più.

Certo non è facile trovare un nome per un vino che già esiste, che ha già una sua storia e un’etichetta.

Volevamo rimane ancorati, come sempre, alla storia della nostra terra, come anche rappresentato nel disegno in etichetta  (che rappresenta una vite maritata etrusca, cioè una vite che si arrampica su un albero, che è anche il nostro Melo).  Inoltre la forma lunga e stretta reclamava un nome corto.

Dopo consultazioni di diversi libri storici, ecco il nome che fa per noi: Atis.

Per lungo tempo agli Etruschi sono state attribuite origini lontane, quando in realtà è ormai confermato che si tratta di una civiltà autoctona, sviluppatasi dalle popolazioni locali che lentamente si sono affrancate dal Neolitico.  Spesso le popolazioni antiche si attribuivano (o gli venivano attribuite) origini leggendarie da popoli o terre  “mitiche” e discendenze divine.  Pensiamo ai Romani, che tramite l’Eneide di Virgilio si sono attribuiti di discendere dai Troiani, in particolare da Enea, figlio di Venere.

Così diversi antichi storici  raccontavano la discendenza degli Etruschi dal grande re Atis, nipote di Gaia e Zeus e sovrano della mitica Meonia ( regione dell’attuale Turchia).   Siccome il suo regno versava ormai da decenni in una grave carestia, Atis ordinò che metà del popolo dovesse partire in cerca di miglior fortuna e tirò a sorte per decidere chi dovesse andarsene.  Sempre tirando a sorte si decise anche chi fra i due figli del re, Lidio o Tirreno, dovesse guidare il popolo in questo viaggio disperato.  Fu estratto il figlio Tirreno, mentre Lidio divenne re dopo suo padre e, dopo di lui, la sua terra fu chiamata Lidia.  Dopo mille avventure i profughi arrivarono in Italia centrale e, secondo il mito, diedero origine al popolo Etrusco (che i greci chiamavano Tirreni).  Il nome Tirreno è rimasto anche al tratto di mare Mediterraneo che bagna le coste dell’Etruria (le coste italiane occidentali).

Ecco la nuova etichetta, per l’annata 2009:


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