Il Manuale del Viticultore Marescalchi, 1917.

30 Agosto 2013 |  Tagged , , , | Commenti disabilitati

  Dalla nostra Biblioteca del Vino ho preso da leggere un breve e agile manualetto per il viticoltore di inizio secolo.  Fa parte della serie “Manuali Marescalchi” dedicati a varie branche dell’agricoltura, la cui edizione è iniziata nel 1882.

Questo è del 1917 e ci dà una fotografia della viticoltura di quegli anni.  Nella prefazione il Marescalchi dice che la viticoltura (“questa grandissima coltivazione che è nella storia e, diremmo, nel sangue della nostra popolazione…”) ha un’importanza primaria nell’economia italiana e ne dà i numeri: essa occupa 4 milioni e mezzo di ettari, per un capitale di almeno 6 miliardi di lire.  “Essa è vita, tormento e speranza, cagione di fortuna o di lavoro ben retribuito, per quasi 2 milioni di nostri fratelli”.

Tutti questi numeri mi hanno indotta a cercare dei confronti col presente, per poter fare delle comparazioni.  Ecco che dall’utile sito “I numeri del vino”, ho trovato che la viticoltura oggi (censimento ISTAT del 2010; http://www.inumeridelvino.it/2012/02/la-superficie-vitata-in-italia-aggiornamento-2010-censimento-istat.html) occupa una superficie di 632.000 ha: nel 1917 era quindi oltre 7 volte quella di adesso!  Gli occupati attuali del settore del vino sono circa 1,2 milioni di addetti, non molto meno di allora, ma non credo però che i due dati siano comparabili: l’impressione è che il Marescalchi parli solo di addetti alla viticoltura.  Si consideri che all’epoca era molto più normale di oggi la separazione fra viticoltura e trasformazione in vino, infatti moltissimi erano i contadini o proprietari terrieri che producevano solo uva, conferita poi alle cantine sociali o venduta a privati.  Ai nostri giorni invece i due dati sono più difficilmente separabili in quanto la maggior parte delle aziende viticole, dalle più grandi alle più piccole, sono spesso e volentieri dotate di cantina.

La parte che segue è essenzialmente tecnica: dà una descrizione botanica della pianta, dei tipi di clima e di suolo, le tecniche di viticoltura.  Alcune curiosità tuttavia sono interessanti.  Salta all’occhio, rispetto al presente, la presenza di forme di allevamento ormai scomparse, come le viti maritate agli alberi.  I lavori sono descritti nel dettaglio (è un manuale pratico!), con numeri molto precisi sulle distanze, le profondità di scavo, le ore impiegate per ogni lavoro, ecc….  Le concimazioni prevedono anche l’uso di sangue secco e corna torrefatte.  Quest’ultimo elemento mi ha fatto pensare all’inizio alla biodinamica, un pensiero subito abbandonato per via dei quantitativi.  Qui si parla di un uso di 2 q.li per ettaro, quindi una vera e propria concimazione organica.

Ovviamente un ampio capitolo è dedicato alla difesa dalla fillossera: nel 1917 è ancora “fresca” la botta devastatrice di questo parassita sulla viticoltura europea.  Vengono indicati i diversi portinnesti, salvo auspicare in un futuro l’uso di ibridi produttori diretti (un futuro che sta iniziando a concretizzarsi adesso, come raccontato nel congresso di Rauscedo che si è tenuto da noi quest’estate !).

Il capitolo sui costi di produzione introduce la nota dolorosa della guerra in atto: l’autore fa sapere che riporta i conti delle condizioni “normali”, cioè di prima dello scoppio della guerra che ha portato a un notevole innalzamento dei costi della manodopera, del rame, dello zolfo e del fil di ferro.

Un’altra nota storica si ricava dall’elenco delle regioni e dei vitigni coltivati: mancano all’appello (per noi stranamente) il Trentino, l’Alto Adige e il Friuli, zone che all’epoca non facevano parte del territorio italiano.

(Annalisa Motta)


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